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Nelle scorse settimane mio marito è stato nuovamente al centro di attacchi per la sua partecipazione (non come genitore, ma nel suo ruolo istituzionale) ad un convegno dal titolo “Essere madre: desiderio o dovere”.
Non entro nel merito di quelle polemiche stupide, e nemmeno della montagna di offese che si sono riversate su di lui in primis, e a seguire anche su di me, Luca e Alice.
Quello che mi ha più ferito e fatto riflettere è stato leggere costantemente da quelle persone che si è padri (o madri) solo, sempre e comunque, quando vi è un legame biologico con i figli, e questo in barba a qualunque evidenza o studio scientifico.

Una donna che decide di non essere genitore di un bambino che ha dato alla luce, per queste persone rimarrà comunque madre (con l’annesso di essere una madre degenere e tutta una serie di improperi). Una coppia, anche eterosessuale, che ha scelto di accogliere con amore un figlio ed ha adottato un bambino invece non sarà genitrice, in quanto non vi ha messo alcun corredo genetico.
Secondo queste persone (e ahimè non sono poche) dunque essere padri e madri (d’Italia – perché per fortuna in altri paesi non la si pensa allo stesso modo) è un diritto-dovere legato alla biologia. Quello che è scelta, consapevolezza, impegno, progetto di genitorialità invece è qualcosa che non va bene, o non conta, o se viene socialmente accettato è qualcosa di marginale.
Essere genitori non è qualcosa che si può legare al DNA, ma si tratta piuttosto di un desiderio che si trasforma in scelta, presa in carico di impegni quali la cura e l’accudimento fisico, il nutrimento del corpo e del cuore, la stimolazione sociale e didattica, l’accudimento materiale e nei sentimenti.

Come scrivevo qualche mese fa, “essere genitori è una questione di amore quotidiano, è una trama fitta fatta di pazienza e abitudine, di piccoli gesti che sembrano privi di importanza ma che ci entrano dentro la carne, pronti a riemergere con i ricordi e diventare parte di noi stessi. Mia madre sarebbe stata comunque mia madre se anche non mi avesse messo al mondo o non avessi avuto il suo DNA”.
Sembrano concetti semplici, immediati… eppure nella realtà dei fatti non sembrano esserlo, o almeno non per tutte e tutti.
Ci sono molti studi e libri di professionisti seri che confutano quel sistema di pensiero medievale, ma forse il modo migliore per guardare oltre è parlare delle storie delle persone, e confrontarsi con esse.

In questi giorni ad esempio ho avuto la fortuna di vedere in anteprima un bellissimo film, che fa riflettere in modo delicato e coinvolgente su questi temi: “Il padre d’Italia”, che sarà nelle sale il prossimo 9 marzo.
L’autore e regista del film, Fabio Mollo, al suo secondo lungometraggio (dopo “Il sud è niente”, piccolo capolavoro vincitore di numerosi premi in giro per l’Europa) cerca di riflettere (e far riflettere) su uno dei temi centrali della nostra società e in particolare della nostra generazione di trentenni: il futuro.
Un futuro che è rappresentato principalmente dal momento in cui si smette di essere figli e si comincia a diventare genitori. Essere genitore fa parte della natura dell’essere umano: la continuazione della specie, il patto di un amore, la voglia di amare.
Cosa è naturale e cosa è contro natura? Una donna che non vuole essere madre? Un omosessuale che vorrebbe essere padre? Esiste una natura diversa per gli eterosessuali e gli omosessuali?

Paolo e Mia, protagonisti del film (interpretati dai bravissimi Luca Marinelli – reduce del successo di Lo chiamavano Jeeg Robot – e Isabella Ragonese), sono due trentenni completamente diversi l’uno dall’altra, ma che portano dentro queste stesse riflessioni e le affrontano assieme in un folle viaggio on the road verso Sud. Viaggiano da un estremo all’altro, non solo dell’Italia, ma anche di se stessi, per esplorarsi fino in fondo e capire cosa vuol dire essere adulti, diventare genitori e costruire un futuro. Paolo è un uomo concreto e razionale, anche troppo. È molto solitario e introverso, accetta la sua omosessualità ma non tutto ciò che questa comporta. Mia invece è un’esuberante eterna adolescente che non vuole appartenere a nessuno e a nessun posto. È incapace di dire la verità, perfino a se stessa.
I dubbi e le paure di Paolo non sono unicamente quelli di un qualsiasi trentenne: sono anche, naturalmente, quelli di un trentenne omosessuale in un Paese come l’Italia che sta iniziando solo adesso a riconoscere ufficialmente la possibilità di una coppia differente da quella composta da un uomo e una donna, e che tuttora non riconosce pari diritti alle famiglie omogenitoriali.
L’ottima regia ci conduce per mano lungo tutto il film cercando di trovare le risposte agli interrogativi dei protagonisti e della nostra generazione: ma non aspettatevi facili risposte, piuttosto sono certo che alla fine del film avrete anche voi, come Paolo, gli strumenti necessari per darvi le risposte che stavate cercando.