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Sono due settimane che provo a scrivere un pezzo sui vaccini e sulla decisione della Federazione degli Ordini dei medici di prendere provvedimenti disciplinari – fino alla radiazione – per i medici che sconsigliano i vaccini.
Scrivo poche righe e cancello subito tutto, poi rimango interminabili minuti a guardare lo schermo vuoto.
Credevo si trattasse dell’argomento ostico e assai scivoloso (che invece mi sta a cuore e tratterò in un prossimo post) e invece si tratta di me.

L’ho capito questa sera, quando Luca indicando una foto di mia madre mi ha chiesto con la sua vocina dolce: “chi è?”
Mia madre era una pediatra, e questa diatriba sui vaccini inevitabilmente mi riporta a lei.
Era una persona schiva e riservata, e magari non le farebbe piacere sapere che io parli di lei. Ma raccontare della sua assenza a Luca, a me stesso e inevitabilmente a voi è un modo per mettere in fila pensieri ed emozioni, e le parole scritte a volte aiutano a farlo.

Mia madre aveva 61 anni quando un linfoma di Hodgkin l’ha portata via da noi: troppo presto e anche troppo in fretta, nel giro di pochissime settimane.
Io avevo 28 anni appena compiuti, e una valigia piena di sogni che non sapevo nemmeno se avrei mai realizzato.
Luca era in quella valigia: non aveva un nome, non aveva sesso, non aveva quel suo sorriso contagioso. Eppure aveva già tutto il mio amore.
Poche settimane prima di morire mia madre mi chiamò vicino a lei, noi due da soli in quell’anonimo ambiente sterile in cui faceva la chemioterapia: mi sorrise, mi guardò dritto negli occhi e mi chiese a bruciapelo: “sei felice?”
Io rimasi spiazzato e la mia bocca a malapena emise un suono sotto la mascherina verde che indossavo.
Risposi di sì, però, tutto sommato convinto.
Perché stavo costruendo qualcosa e sognavo un giorno di essere felice, come in effetti sono oggi che i miei più grandi sogni si sono realizzati.

Quando è nato Luca ogni volta che pensavo a mia madre nei primi tempi provavo rabbia.
Perché lui non ha avuto la possibilità di avere la nonna e la pediatra che era giusto avesse accanto.
E perché lei non ha avuto la possibilità di vederlo crescere bello forte e felice.
Poi la rabbia ha ceduto il passo alla rassegnazione e alla vita che scorre impetuosa anche senza il nostro consenso.
È così che l’ho ritrovata.
Mia madre non è negli occhi che da sempre mi dicono io abbia ereditato da lei.
Lei è nei miei gesti di ogni giorno, e cresce dentro di me ogni giorno di più.

Nonostante l’evidenza, sono certo che alcuni si ostineranno a dire fino alla fine dei tempi che sia padre o madre chi ci ha dato il dna.
Ma io lo so che non è vero, sono il cuore e la testa a dirmi che è una bugia.
Essere genitori è una questione di amore quotidiano, è una trama fitta fatta di pazienza e abitudine, di piccoli gesti che sembrano privi di importanza ma che ci entrano dentro la carne, pronti a riemergere con i ricordi e diventare parte di noi stessi.
Mia madre sarebbe stata comunque mia madre se anche non mi avesse messo al mondo o non avessi avuto il suo dna.

Ho capito che oggi una parte di lei è dentro di me, e forse un giorno una parte di me e di lei sarà dentro di Luca, e che lui si porterà dentro anche i piccoli gesti dell’altro suo papà ed ancora di tutte le persone che lo amano e lo ameranno intensamente e saranno parte importante della sua vita.

Luca si sta addormentando nel lettone accanto a me e mi abbraccia, e il suo respiro regolare scandisce un tempo che sembra infinito.
Piango e sorrido, mi manchi ma ci sei, continuo a parlarti e a dirti che non avrei potuto essere più felice di così e che va tutto bene, ma potrebbe andare meglio se tu fossi ancora qui con me.
Ciao mamma, ciao nonna Sara.