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Mentre scrivo questo post in riva al mare, circondato dal bellissimo paesaggio della maremma livornese e da centinaia di famiglie arcobaleno con bimbe e bimbi felici che giocano fra loro mentre “i grandi” discutono delle difficoltà che devono affrontare le nostre famiglie, mi sento quasi sospeso dalla realtà quotidiana che ci continua a negare diritti e ci costringe a lottare.

Come ho già avuto modo di dire io sono stanco di lottare, e non sono il solo. Ma chi ci darà quello che ci spetta se smetteremo di fare sentire le nostre voci, raccontare le nostre storie, mostrare i nostri volti? Si, perché il tema che voglio affrontare oggi è quello della visibilità, senza addentrarmi nelle polemiche dei giorni scorsi scatenate da chi sostiene che far sprofondare nell’ombra i padri gay aiuterebbe l’iter della legge sulle unioni civili. A quelle affermazioni credo che abbiano risposto già bene Andrea Rubera con la testimonianza pacata della storia della sua famiglia, una giornalista impegnata sul tema come Caterina Coppola e infine, fra i tanti, anche la presidente uscente di Famiglie Arcobaleno Giuseppina La Delfa che ha anche riportato il dibattito sulla Gestazione per altri nei giusti binari.

Io invece voglio tornare a spiegare la mia scelta di visibilità, e cosa significa per me vivere quotidianamente sotto esposizione mediatica insieme alla mia famiglia, e lo faccio riportando un pezzo di un precedente post di alcuni mesi fa.

Avendo scelto come compagno un uomo che è stato prima un leader del movimento lgbt italiano e poi anche un politico, io ho avuto sempre un rapporto abbastanza complesso con la visibilità: non tanto perché avessi problemi a esternare la mia omosessualità, ma perché in certi momenti la visibilità era imposta dai media e non cercata, e la mia privacy familiare veniva invasa senza che io ne avessi controllo.

Con gli anni, però, ho avuto sempre più consapevolezza di quanto fosse importante la mia visibilità, non tanto e non soltanto per me, ma soprattutto per gli altri, e lo testimoniavano le decine di messaggi ricevuti su FB di ragazzine e ragazzini che magari avevano letto la mia storia sul giornale locale di Caltanissetta o altrove e avevano avuto il coraggio di fare coming out oppure semplicemente avevano capito che la felicità poteva essere dietro l’angolo anche per loro.

Con la nascita di Luca mi sono a lungo interrogato se fosse giusto o meno raccontare di noi, della nostra storia, della nostra quotidianità. Non è stata affatto una decisione semplice, perché stavolta non stavo decidendo solo per me, ma anche per lui. Mentre mi interrogavo mi accorgevo, comunque, che da un lato era praticamente impossibile riuscire a proteggere la sua privacy al 100% (e infatti la notizia della sua nascita è stata pubblicata da Repubblica mentre noi eravamo ancora negli Stati Uniti) e dall’altro che in un bilanciamento di pro e contro raccontare la nostra storia è, probabilmente, la cosa migliore che possa fare, e non soltanto per tutte le altre famiglie arcobaleno e per le coppie omosessuali che desiderano dei figli, ma anche per lui e, scusate se sembro presuntuoso, per l’intera società.

Lo vedo tutti i giorni, quando io e Luca incontriamo persone nella nostra vita: chi aveva dei dubbi sulla genitorialità gay vedendoci nella quotidianità spesso cambia idea, e lo stesso sta avvenendo con il blog… Mi scrivono persone che mi dicono che conoscere più da vicino una realtà che sembrava loro distante e non lo è, ha di fatto spazzato via i pregiudizi immotivati.

Mi auguro che questo piccolo contributo che posso dare raccontando di noi, dunque, serva anche solo in piccola parte a Luca e a tutte le sue coetanee e i suoi coetanei per vivere in una società migliore e più inclusiva e che dunque questo rischio di esposizione ne sia valsa la pena.

Non è dunque una mania di protagonismo quella che mi spinge (a che pro poi?) così come mi accusano alcuni omofobi sui social, che vorrebbero appunto che le nostre famiglie si nascondessero, ma un bisogno di raccontarsi affinché gli altri possano comprendere la bontà di queste lotte e l’urgenza di una legge che tuteli le nostre coppie, le nostre famiglie e soprattutto i nostri figli.

Quello che ho scritto allora, e che confermo oggi parola per parola, non vuol dire ovviamente che io non selezioni con cura, insieme a mio marito, le modalità in cui la visibilità della nostra famiglia (soprattutto di Luca) emerge, né che io accetti passivamente qualunque intrusione nelle nostre vite, soprattutto quando rischiano di ledere nostro figlio e quando viene operata da chi tenta di screditare le nostre famiglie, da chi va in piazza per fare sì che una legge che ci tuteli non venga mai approvata, da chi costruisce muri e barricate.

PS: in coda a questo post, infine, permettetemi di fare un ringraziamento ad una persona che per 10 anni come presidente di Famiglie Arcobaleno ha impiegato davvero tutte le sue energie per lottare per le nostre famiglie, e che da donna si è spesa tantissimo per i padri gay e per una corretta informazione sulla Gestazione per altri: grazie Giuseppina! E buon lavoro alla neopresidente Marilena e al nuovo direttivo… c’è davvero ancora tanto lavoro da fare!

[Il presente brano del blog Luca ha due papà è stato pubblicato in anteprima su Gay.it]