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Un altro mercoledì sera da solo a casa con Luca, con il marito a Roma.

Anzi no, in effetti proprio da solo… perché il pargolo ogni mercoledì finge di essere narcolettico ed entro le 20.45, in anticipo rispetto agli altri giorni, crolla in un sonno profondo.

Ormai sono giunto alla conclusione che sia una specie di tecnica di autodifesa per non vedere e sentire neanche 5 minuti di The Voice: mi sono rassegnato al fatto che mio figlio, a differenza mia, abbia buon gusto e che rimarrò l’unica persona al mondo ad amare quel programma (come sostiene il “buon” Matteo Giorgi, la cui trashcronaca di ieri trovate qui).

E intanto che mi diverto nel vedere e commentare gli epic fail dei dilettanti allo sbaraglio che si improvvisano cantanti, faccio zapping ed ecco che su La7 a “Le invasioni barbariche” Daria Bignardi intervista due papà che hanno avuto 3 bellissimi bimbi con una gestazione per altri (non entro nel merito della lunga intervista che se vorrete potrete rivedere online, e vi consiglio in particolare di vedere l’intervista della surrogate). Quello su cui mi soffermo a pensare è una frase che ad un certo punto viene fuori… “c’è sempre la paura che la società non sia pronta”…

Questa frase della “società non pronta” la sento spesso legata al tema dell’omogenitorialità, anche da persone che si definiscono aperte e friendly.

I finti progressisti liberali, di destra e sinistra senza distinzioni, quando non dicono apertamente cose prive di fondamento scientifico o riscontro con la realtà (tipo “i bambini hanno bisogno di una mamma e di un papà”) si sentono ultramoderni dicendo “io sono a favore delle unioni civili, ma non delle adozioni gay perché la società non è pronta”.

Che vuol dire questa frase? Io la trovo letteralmente ridicola.

Pensateci bene: questa dialettica è la stessa che probabilmente 50 anni fa veniva usata in America da molti che dicevano “io sarei anche favorevole alle unioni fra bianchi e neri, ma la società non è pronta”.

La società non sarà mai pronta se non si mettono in atto processi culturali e si avviano i cambiamenti (e rispetto all’educazione alla diversità ne ho accennato lo stesso post e mi riservo di parlarne nuovamente più avanti). E poi questa fantomatica “società” chi sarebbe? Siamo noi. Sono i miei vicini di casa, i miei clienti, la pediatra di Luca, le persone che incontro per strada.

Tutte persone i cui dubbi sull’omogenitorialità si sono sciolti nel vedere un bimbo sereno e felice con i suoi due papà che si prendono cura di lui.

Io so bene di essere fortunato perché vivo in una città aperta e sono circondato da persone che utilizzano gli occhi e il cuore per valutare, piuttosto che stereotipi e pregiudizi… ma voglio pensare che questa fantomatica società sia molto più avanti di quello che non si creda. E se anche non lo fosse, è proprio l’esperienza diretta ad aprire le menti.

Prendiamo la pediatra di Luca, ad esempio.

Ho scelto un nome a caso in mezzo ad un elenco infinito.

Sarebbe potuta essere una persona aperta oppure una persona bigotta che avrebbe potuto respingere la mia famiglia.

Quando ha visto me, Sergio e Luca ha subito detto – come fosse la cosa più naturale del mondo e senza nessuna esitazione -: “Siete due papà, giusto?”.

Da lì è stato tutto in discesa, ed abbiamo trovato una persona accogliente che ha cercato di capire senza pregiudizi e si è innamorata a tal punto di Luca da arrivare a scherzare con lui dicendogli: “chiamami zia, non dottoressa”.

Il mio consiglio dunque è quello di non avere paura che la società non sia pronta, perché è la società che dovrà imparare ad esserlo e non siamo noi a dover rinunciare ad essere felici.

Dobbiamo imparare a non accettare compromessi al ribasso, a non interiorizzare le fobie degli altri, a pretendere i diritti che ci spettano. Dobbiamo essere sempre coraggiosi, per noi stessi e per i nostri figli.

[Il presente brano del blog Luca ha due papà è stato pubblicato in anteprima su Gay.it]