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In questi giorni di assemblea di Famiglie Arcobaleno, fatti di risate, abbracci e tante riflessioni (e di una bellissima Festa delle famiglie a Salerno domenica scorsa!), larghissimo spazio è stato dato, come sempre, alla condivisione delle esperienze.
Una delle domande più ricorrenti da parte degli aspiranti genitori – a chi un figlio già lo ha – è: “ma è vero che un figlio ti cambia la vita? bisogna fare tante rinunce e sacrifici?”.
Io credo che sia un tema complicato, variegato e molto soggettivo, quindi la prima cosa che faccio quando rispondo a questa domanda è di spiegare che secondo me ogni esperienza è diversa e che posso parlare solo della mia, senza che questa diventi un assioma universalmente riconosciuto.
E quindi, con tutta la cautela e la delicatezza del caso, voglio condividere con voi la mia esperienza di papà con Luca.
Un figlio ti cambia la vita?
Sì, la risposta è assolutamente sì.

E nel mio caso è stato decisamente in meglio, regalandomi una gioia che non credevo fosse possibile provare, e che cresce di giorno in giorno.
Non mi vergogno però affatto di confessare come le ultime settimane prima dell’arrivo di Luca all’improvviso mi fossero venuti dubbi e paure che non avevo mai avuto prima (e questo anche perché ci sono una serie di genitori che, un po’ per le loro esperienze negative, un po’ perché – diciamolo come va detta – sono stronzi, fanno terrorismo…).
Mi giravano in testa non solo le classiche domande come “sarò all’altezza della situazione?” oppure “sarò in grado di prendermi cura di lui?”, ma anche domande quali “quante rinunce e quanti sacrifici dovrò fare per Luca?” o perfino “smetterò di avere una vita mia?”.
E così l’anno scorso, l’ultimo mese prima della partenza verso gli Usa sono uscito praticamente tutte le sere col mio amico Giuseppe, frequentando tutti i locali e le situazioni possibili e inimmaginabili, tirando tardi fino all’alba (e facendo quello che, in fondo, non facevo e non avevo voglia di fare ormai da anni) per paura che dall’arrivo di Luca in poi la mia vita sarebbe stata tutta una serie di rinunce e sacrifici, clausure e depressione (… ed in quel mese ammetto però che mi sono divertito davvero da matti e mi sono super caricato!).
Poi esattamente un anno fa è arrivato quel piccolo ometto dai capelli rossi e tutte quelle paure e quei dubbi sono scomparse all’improvviso: mi è stato subito evidente come non può esserci sacrificio se qualcosa la fai con amore e se, come nel nostro caso, la genitorialità l’hai desiderata tantissimo e cercata dopo un lungo percorso, un lungo viaggio, anche mentale.
Se anni fa qualcuno mi avesse detto che sarei stato contento di passare notti insonni per allattare ogni 3 ore, di cambiare pannolini pieni di cacca, di dimenticarmi di pranzare, e di non avere tempo nemmeno per rispondere ad un messaggio… beh, gli avrei dato del pazzo.
Eppure è stato così, ed è stato naturale, e non l’ho mai vissuto come un sacrificio, né continua ad esserlo oggi a distanza di un anno.
Rinunce?
Si, ovvio, ho fatto e faccio tuttora delle rinunce.
Ma più che rinunce io le chiamerei semplicemente scelte, perché io le vivo in positivo e non in negativo: ho scelto di dare a Luca la priorità, perché è quello che voglio, quello che mi fa stare bene e perché soprattutto voglio che lui stia bene.

Per amore di verità poi devo dire che io e Sergio siamo anche stati molto fortunati: fin qui Luca è quello che Tracy Hogg ne “Il linguaggio segreto dei neonati” probabilmente inserirebbe nella categoria dei bambini “angelici”… questo lo dico prima che le mie amiche e i miei amici commentino questo post insultandomi e ricordandomi quanto è buono Luca e quante cose io riesca a fare.
E sono doppiamente fortunato anche perché con mio marito riusciamo a organizzarci bene la gestione familiare ed ho anche tante persone, soprattutto familiari e amici, che mi aiutano, e dunque alla fine durante la settimana riesco a passare tanto tempo insieme a Luca, che ancora non va al nido, ma trovo il tempo anche per lavorare come avvocato (anche se part-time), vedere gli amici e le amiche e ho persino tempo per andare a ballare di tanto in tanto.
Sì, lo so… questo si chiama CULO, non odiatemi! 🙂
E però credo che in parte sia una scelta anche questa: premesso che ognuno, appunto, sceglie la modalità migliore per vivere la genitorialità in funzione delle proprie aspirazioni e delle proprie possibilità, e che non esistano ricette perfette né tanto meno giuste o sbagliate, io ho sempre pensato che “azzerarsi” del tutto per i propri figli non faccia bene a nessuno, né ai genitori né ai figli.
Come dicevo all’inizio non ho mai amato chi fa terrorismo, ma nemmeno chi edulcora tutto e dunque non mi nascondo dietro un dito…
Mi manca andare al cinema? Sì.
Mi manca fare una doccia da 20 minuti e avere tanto tempo da perdere per me stesso? Sì.
Mi manca andare in giro per l’Europa per lavoro per conferenze, convegni, progetti? Sì.
Mi manca avere più disponibilità economica per me stesso? Sì.

Ma non tornerei mai e poi mai indietro e non farei a cambio con quello che ho adesso, soprattutto per la gioia immensa che che provo nel vedere i piccoli progressi quotidiani di Luca, il suo affetto, il suo sorriso… e anche l’emozione di riscoprire 060attraverso i suoi occhi e i suoi gesti cose del “me” bambino che avevo sepolto.
Poi magari crescendo Luca diventerà un teppista e questo idillio finirà. Come dicono spesso i genitori terroristi: “figli piccoli, problemi piccoli. figli grandi, problemi grandi”.
Io però intanto sono felice, qui e ora.

Ps: buon primo compleanno Luca, tanti tanti auguri amore mio!

[Il presente brano del blog Luca ha due papà è stato pubblicato in anteprima su Gay.it]