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Una sera come tante, con l’altro papà a Roma per lavoro, ed io a casa a Bologna seduto sul divano intento a fare le coccole a Luca prima che lui vada a letto.

Ci sono giusto due note di colore diverse dal solito:

1 – lui vestito di verde e che indossa il cappello con il trifoglio da Leprechaun – che si abbina perfettamente ai suoi capelli rossi e alla sua fisionomia irlandese – per festeggiare San Patrizio (motivo per cui un giorno vedendo la foto potrebbe ripudiarmi e diventare persino leghista)
2 – il blog e la pagina che parlano delle nostre banali avventure quotidiane che si riempie di affetto e like (grazie!).

Mentre lui si allontana un attimo dal divano per mettere in bocca qualunque giocattolo gli capiti sotto tiro (e una marca di disinfettante molto famosa che non posso nominare sentitamente ringrazia per gli enormi quantitativi di prodotto usato per la costante pulizia di tutta quella montagna di roba di plastica…) io ho un’illuminazione: giovedì 19 è la festa del papà.

Ansia da prestazione.

Il blog si chiama “Luca ha due papà” per cui tutti si aspetteranno un qualche post.

“Dai Michele, concentrati… di cosa vuoi parlare?”

No, non ci pensare proprio di infilarti nel bel mezzo della polemica “festa del papà sì, festa del papà no”, tanto è abbastanza evidente per quale motivo non ha troppo senso far festeggiare queste giornate ai bimbi, tanto più che ci sono le situazioni familiari più disparate e si rischia sempre di discriminare un qualche bambino (c’è quello orfano di padre, quello con due madri, quello che ha solo un genitore, quello con la famiglia allargata ecc..).

“Ok dai, allora scrivi un bel post su cosa significa per te questa prima festa del papà con Luca”.

Mmmm no, no… anche perché poi si scadrebbe nel banale, per la serie “per me ogni giorno è la festa del papà da quando è nato Luca”.

Nel frattempo il piccolo nanetto ha distrutto selvaggiamente il povero cappello col trifoglio e inizia a dare segni di cedimento, stropicciando gli occhi e sbadigliando.

Lo prendo in braccio, lo porto in camera e nel giro di pochi minuti mi si addormenta dolcemente sulla spalla e lo metto nel suo lettino.

E mentre sono lì indeciso se rimboccargli le coperte o meno, visto che ha già il body e un pigiama pesante, mi vengono in mente le decine e decine di situazioni capitate in questi mesi in cui una qualche donna di qualunque età vedendomi per strada da solo con Luca si è avvicinata per darmi un qualche consiglio non richiesto su come prendermi cura di mio figlio: “ah guardi che così il bambino sente freddo, deve coprirlo”, “ah questo bambino è troppo coperto, lo scopra un po’” e così per qualunque altra cosa che fosse il modo in cui gli davo il latte col biberon, o i calzini, o come lo tenevo in braccio e così via…

Di contro alcuni uomini mi guardavano in modo storto, come a dire: “ehi, ma perché ti occupi di un bambino così piccolo? fallo fare a tua moglie” e in un paio di occasioni mi è stato anche detto qualcosa tipo: “eh, sei stato messo ai lavori forzati, eh?”.

Il più delle volte ho risposto con un sorriso di cortesia, altre un po’ scocciato. Tutte le volte mi sono domandato: “ma perché? L’Italia dunque non è un Paese per babbi?”

Allora mi sono confrontato con Andrew e Manuela, miei amici coetanei che hanno avuto un bimbo (Daniel) lo stesso mese di Luca e che entrambi si prendono cura amorevolmente del piccolo, come facciamo io e Sergio: ad Andrew capitavano le mie stesse situazioni di invadenza, per lui – inglese – ancora più intollerabili che per un siciliano come me. A Manuela molto meno, quasi mai, e tutt’al più da parte di qualche signora anziana.

Quelle volte in cui siamo stati in giro io, Luca, Manuela e Daniel, “ovviamente” hanno dato per scontato che lei fosse la mamma di due gemelli e non si azzardavano a fare commenti o raccomandazioni.

La verità è che evidentemente c’è tanto lavoro da fare se una società attribuisce dei ruoli di genere così definiti in cui alla donna spetta il ruolo di caregiver mentre l’uomo sembra quasi che debba disinteressarsene e pensare solo a portare a casa lo stipendio.

È svilente. Per le donne. E anche per gli uomini.

Lo so, la mia è un’estremizzazione per carità… non è così per tutte e tutti, e per fortuna mi circondo solo di persone che non la pensano e non la vivono così.

Ma basta che metta un piede fuori dal mio mondo dorato e legga i giornali o guardi la tv per vedere e sentire cose che mi fanno stare male: mogli che devono sposarsi ed essere sottomesse e relegate al ruolo di schiave della casa e mamme forzate. Uomini che devono mostrare tutto il loro machismo per essere considerati tali.

Non è questa l’Italia in cui voglio che crescano Luca e le bimbe e i bimbi della sua generazione.

Voglio un posto più inclusivo, un paese per Papà, per Mamme, per Persone senza un ruolo imposto dalla società, un luogo dove ognuno lasci liberi gli altri di amare e di essere se stesse/i, lontano dagli stereotipi.

[Il presente brano del blog Luca ha due papà è stato pubblicato in anteprima su Gay.it]